Daniele Gualdani analizza la crisi del distretto toscano: tra cassa integrazione, calo dei volumi e la necessità di un nuovo modello industriale per salvare il saper fare artigiano.
La moda italiana non sta solo attraversando una fase complessa: sta vivendo una trasformazione profonda. E quando a dirlo è chi ogni giorno guida stabilimenti, persone, investimenti e conti economici, l’analisi merita attenzione.
Due anni fa Daniele Gualdani aveva avvertito che la crescita post-pandemica del lusso non era strutturale, ma sostenuta da dinamiche eccezionali destinate a ridimensionarsi. Oggi quella lettura trova riscontro nei numeri, nelle aziende che si riorganizzano, nella cassa integrazione che coinvolge il distretto toscano della subfornitura moda..
Amministratore Unico di LEM INDUSTRIES e Presidente del Gruppo Zonale Valdarno di Confindustria Toscana Sud SpA, Gualdani osserva questa fase da una doppia prospettiva: quella dell’imprenditore e quella di un territorio in cui la filiera moda è asse portante economico e sociale
Nell’intervista non si limita a descrivere il presente: riflette sul valore reale del “Made in”, richiama l’Europa alle proprie responsabilità e invita a leggere questa fase non come una semplice flessione ciclica, ma come un cambiamento di modello.
Daniele Gualdani: “La bolla del lusso si è sgonfiata. Ora rischiamo di perdere la filiera”
Due anni fa lo aveva detto senza girarci attorno: il distretto toscano della subfornitura moda stava per saltare. Clienti del lusso in frenata, Cina in testa; volumi in calo, prezzi compressi; la tensione scaricata tutta sulla filiera. Oggi, quell’allarme è diventato realtà. “Anzi, è peggio di come ce lo immaginavamo”, dice Daniele Gualdani. E invita imprenditori e decisori pubblici ad andare oltre la cronaca delle ispezioni: qui non è in gioco solo la legalità, ma la tenuta di un pezzo di industria italiana, e la sua capacità di restare competitiva senza rinnegare diritti e regole.
Gualdani è un imprenditore della Valdarno: guida un gruppo attivo nella lavorazione e finitura degli accessori destinati ai grandi brand della moda e del lusso internazionale. Un’azienda cresciuta negli anni da laboratorio artigiano a piattaforma industriale, oggi sopra i 55 milioni di fatturato, più stabilimenti e centinaia di addetti. È anche presidente di una zonale di Confindustria: osservatorio privilegiato di un territorio dove un lavoratore su quattro vive, o viveva, di moda.
Gualdani, quanto è profonda la frattura?
“Molto più di quanto pensassimo. Lo dissi a un sottosegretario all’inizio del 2023: il primo conto lo paga la filiera, il secondo i brand, poi arrivano le banche e alla fine lo Stato, tra minore gettito fiscale e cassa integrazione. Nel 2022 il settore valeva circa 90 miliardi di fatturato e 30 miliardi di gettito. Oggi quel gettito è crollato, mentre crescono gli ammortizzatori sociali. Il conto alla fine lo paghiamo tutti”.
Quante aziende sono già saltate?
“Saltare non significa solo fallire. La capacità produttiva reale della filiera è dimezzata. Vedo aziende che nel 2022 avevano 30 dipendenti e oggi ne hanno 5. Formalmente sono vive, ma dire che sono salve è un’altra cosa. Un 30% delle aziende è già uscito dal mercato e altre usciranno. E attenzione: anche chi oggi è economicamente ancora in piedi può essere escluso dalla filiera perché non risponde ai nuovi requisiti richiesti dai brand”.
La stretta nasce anche dai controlli sulla legalità. È solo repressione?
“No. Le regole vanno rispettate, punto. Il problema è che potevano farle rispettare cinque anni fa: le irregolarità c’erano anche allora. Oggi si interviene mentre il settore è già in ginocchio. E quando rincorri un modello organizzativo di corsa, senza analisi, rischi di far chiudere aziende che avrebbero potuto reggere. Non sto dicendo che la magistratura lavori “per” qualcuno. Dico che la domanda spontanea è: perché adesso? Una risposta certa non ce l’ho”.
In Toscana che clima si respira?
“Cassa integrazione straordinaria quasi ovunque. In certi periodi il venerdì è tutto chiuso. Non trovi nessuno. L’effetto più grave è sulle competenze: tre anni fa ogni brand aveva academy e scuole per l’artigiano del futuro. Oggi non se ne parla più. Abbiamo perso gli artigiani del futuro, del presente e anche del passato. Se domani tornassero i volumi, non avremmo la filiera per reggerli”.
C’è chi dice: “Resistiamo e poi si riparte”.
“Serve essere brutali: non è una crisi che finisce, è un cambio di sistema. Prima del Covid la moda cresceva del 2-3% l’anno, in modo sano. La crescita del 20-30% post-Covid era una bolla. Ora se ne paga il conto. Tornerà un equilibrio, sì, ma non i ritmi di prima”.
Come stanno reagendo i brand?
“Stanno industrializzando. Prendono manager dall’automotive perché il settore è cresciuto senza basi industriali solide. Quando cresci troppo in fretta, l’azienda non viene su sana. Chi resterà avrà anche un’opportunità: meno dumping sui prezzi. Ma per il Paese il rischio è enorme: se perdi la base produttiva, anche una futura ripresa non sarà producibile in Italia”.
Regolarizzare la filiera alza i costi. E poi?
“Qui sta la vera minaccia: l’extra-Ue. Se produrre in Italia, in modo regolare, costa di più, il brand fa un ragionamento freddo: perché espormi qui quando posso produrre fuori? Oggi le regole europee sul “Made in” sono larghe: basta una lavorazione “sostanziale” in Europa, ma nessuno dice quale. Così puoi produrre quasi tutto fuori, far entrare il prodotto da un altro Paese Ue e venderlo come europeo. Se non cambiamo le norme, la scorciatoia diventa la regola”.
La qualità italiana non basta più a difenderci?
“È un’idea vecchia. In Asia producono con qualità pari, a volte superiore, perché hanno tecnologia e supporti agli investimenti che l’Europa non ti dà. L’unico freno oggi sono i volumi: molte fabbriche asiatiche hanno bisogno di numeri grandi. Con numeri piccoli restano qui non per patriottismo, ma per convenienza temporanea”.
Quindi il Made in Italy è finito?
“Dico una cosa scomoda: legalmente vale poco. Siamo in un mercato unico senza dogane interne: un semilavorato può fare avanti e indietro e, se non chiarisci cosa sono le “lavorazioni sostanziali”, l’etichetta diventa un elastico. Se vogliamo davvero tenere qui produzione e lavoro, dobbiamo cambiare le regole europee. E qui ribalto il luogo comune: la forza dell’Europa non sono i dazi, è la capacità di normare.
Scusi, di solito gli imprenditori si lamentano perché l’Europa tende a normare qualsiasi cosa. Lei ora ci sta dicendo che questo invece è un punto di forza per difenderci?
“Mi spiego. Gli americani, quando parlano di mercato europeo, non tremano per un 5% di tariffa: temono che una norma europea, scritta bene, diventi lo standard globale. Perché se vuoi vendere qui, devi adeguarti, e spesso poi ti conviene adeguarti dappertutto. È successo con privacy, chimica, sicurezza dei prodotti: l’Europa non “chiude” il mercato, lo definisce. E definendolo, può anche orientare dove si produce, cosa conviene fare e cosa no.
Faccio un esempio concreto: se per accedere a un incentivo pubblico dici “il pannello fotovoltaico deve essere prodotto in Unione”, hai creato un mercato. Non lo hai protetto a parole: lo hai reso conveniente. Se vuoi l’incentivo, compri europeo; se produci fuori, resti fuori da quella domanda. È la stessa logica che dovrebbe valere nella moda: legare agevolazioni, appalti, etichette e accesso a certi canali a requisiti verificabili di produzione europea, e a una definizione chiara di cosa rende “europeo” un prodotto. Altrimenti la tentazione è ovvia: delocalizzi, fai entrare la merce da dove i controlli sono più leggeri, e una volta che il prodotto è “in Europa” lo rivendi come se fosse nato qui. Se vogliamo restare industriali, dobbiamo usare la norma come scudo e come leva”.
La politica ascolta?
“Il dialogo c’è, ma la risposta è chiara: risorse poche, aiuti solo a chi ce la fa. Il sistema è costruito sulla selezione naturale: incentivi, credito, Basilea, crisi d’impresa. Lo capisco. Detto questo, il tema su cui dovrebbe lavorare l’Europa è creare un mercato unico europeo. Altrimenti le imprese le avremo, un mercato in cui farle lavorare no”.
La lezione per gli imprenditori?
“Due. Primo: quando il cliente ti chiede investimenti, devi contrattualizzare. Nel 2021-22 molti hanno investito sulla fiducia. Quando i volumi sono crollati, i conti non reggevano. Secondo: devi conoscere il costo reale del prodotto. Ho visto aziende chiudere perché lavoravano sottocosto senza saperlo. Se accetti un prezzo più basso, devi sapere se copri almeno i costi variabili e lasci un margine”.
E voi, come azienda come state performando?
“Nel 2024 avremmo potuto tagliare, ma abbiamo tenuto le persone. Nel 2025 abbiamo investito: nuovo stabilimento 4.0, lean, efficienza, breakeven più basso. Budget 65 milioni, faremo 53,5, ma con Ebitda a doppia cifra. La prova che l’organizzazione conta più dei volumi”.
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Intervista a cura di Maria Gaia Fusilli, originariamente pubblicata su ItalyPost.