Intervista a Giovanni Micera, Direttore Preziosa Magazine

25/05/2026
Intervista a Giovanni Micera, Direttore Preziosa Magazine

Analisi di mercato e dinamiche del settore gioielleria.

Il settore della gioielleria e dell’accessorio di lusso sta attraversando una trasformazione strutturale profonda. Per analizzare le direttrici di questo cambiamento, dall’evoluzione della rete distributiva fino all’impatto cruciale delle finiture industriali sul posizionamento del prodotto, abbiamo intervistato Giovanni Micera, Direttore di “Preziosa Magazine”.
Un’occasione che ci ha permesso di far emergere un quadro netto, che richiede un approccio pragmatico per affrontare le nuove sfide del mercato retail.

Direttore, come si è evoluto il mercato della gioielleria negli ultimi anni e qual è lo stato attuale della rete distributiva italiana?

Negli ultimi anni, il settore non ha subito un semplice cambiamento, ma un vero e proprio fenomeno strutturale. Dal dopoguerra a oggi, la gioielleria italiana è stata un presidio fondamentale in ogni quartiere e provincia, servendo intere famiglie in occasione di eventi e ricorrenze. Questa figura di riferimento si è incrinata a causa di un salto generazionale: i nuovi consumatori orientano le proprie preferenze verso altri comparti, come la pelletteria di lusso.

Di conseguenza, si è registrata una drastica contrazione fisica dei punti vendita, passati da oltre 22.000 – una cifra sproporzionata per quello che è sempre stato un prodotto di nicchia – agli attuali 11.700.

Tuttavia, i dati di Federpreziosi e Banca Intesa confermano che il mercato interno non ha perso fatturato, poiché i volumi sono stati assorbiti dalle attività rimaste operative sul territorio. Parliamo di un fatturato al consumo previsto per il 2025 di circa 7,5 miliardi di euro, che si traduce in circa 2,5 miliardi di euro netti alla produzione. A sostenere questi numeri sono le famiglie legate alla tradizione, specialmente nel Nord-Est, Nord Italia, Roma, Campania e Puglia, e il turismo, che nelle città d’arte incide per il 30-35% del fatturato. Nonostante la contrazione, il mercato conserva quindi fondamentali solidi per potersi difendere.

Quali sono i fattori specifici che stanno erodendo il retail tradizionale e come stanno cambiando le abitudini di consumo, specialmente tra i più giovani?

La riduzione delle gioiellerie è legata, oltre al salto generazionale, a precise dinamiche commerciali. Il primo fattore è la vendita diretta tramite gli e-commerce dei brand: sebbene le aziende mantengano una coerenza sul prezzo di cartellino, l’acquisto diretto online erode quote di fatturato ai dettaglianti fisici, che per forza di cose espongono una selezione limitata.

Il secondo aspetto riguarda l’attitudine al consumo dei più giovani.

Se le generazioni precedenti entravano in gioielleria per acquistare un oggetto d’oro duraturo, oggi prevale la volontà di un cambio continuo. Questa necessità viene compensata acquistando prodotti a basso costo online, destinati a un utilizzo limitato e privi della logica di conservazione nel tempo. In parallelo, assistiamo all’esplosione dei micro-venditori su TikTok e Instagram. Utenti con piccole quote di follower riescono a monetizzare cifre mensili rilevanti vendendo prodotti d’importazione, creando un fenomeno di erosione complessiva molto impattante per il canale tradizionale. Infine, sebbene esista un tema di sostenibilità legato alla provenienza di oro e pietre, al momento il consumatore non possiede le competenze per farne un driver decisionale d’acquisto, lasciando spazio a diffuse operazioni di greenwashing.

Parliamo dei processi produttivi. Che ruolo giocano le finiture superficiali, i rivestimenti e l’innovazione tecnica nel rendere competitivo il prodotto odierno?

L’innovazione tecnologica e la qualità dei processi esecutivi sono aspetti cruciali. In passato, il comparto industriale legato ai trattamenti superficiali, come la galvanica, era un tema strettamente tecnico, escluso dalla comunicazione commerciale e mai pubblicizzato.


Oggi c’è stato un netto cambio di paradigma. Le nuove tecnologie non si limitano a rendere la produzione più rapida o economica, ma introducono innovazioni sostanziali sul prodotto finito. Esistono molteplici trattamenti e finiture in grado di elevare un materiale non nobile, rendendolo estremamente appetibile sul mercato, purché supportato da un design eccellente, mi vengono in mente i rivestimenti in PVD di LEM che abbiamo visto in esposizione a Oroarezzo. Applicazioni come le stampanti 3D o le sofisticate varianti cromatiche ottenibili attraverso i rivestimenti permettono la creazione di un prodotto industriale di alta qualità a prezzi abbordabili. Diventa quindi fondamentale colmare un divario comunicativo: la rete distributiva al dettaglio deve acquisire la competenza tecnica per raccontare e valorizzare l’alta ingegneria di questi procedimenti e finiture direttamente al consumatore finale.

In questo contesto, esiste ancora un confine netto tra il mondo del fashion, dell’accessorio di lusso e la gioielleria tradizionale?

C’è un’affinità totale. Il processo di contaminazione è iniziato anni fa. Per fare un esempio, mi viene in mente 2008, quando Vicenzaoro ebbe la lungimiranza di introdurre la “Glamroom“, sdoganando giovani designer, brand emergenti e l’uso di materiali non nobili all’interno del tempio istituzionale dell’oro. Il gioielliere, oggi, ha compreso che nella propria vetrina può convivere un solitario da 15.000 euro con un gioiello di design il cui valore non è dettato dalla materia prima, ma dalla sua architettura estetica.

Il valore primario del gioiello è la creatività e l’esclusività. Quando un accessorio è progettato bene, e presenta una lavorazione e delle finiture identiche a quelle della gioielleria, i due mondi dialogano senza differenze. Parliamo di ornamenti che, per creatività ed esecuzione tecnica, possono risultare persino superiori a oggetti in metallo prezioso dal design poco originale.

Quali sono, in sintesi, le sfide funzionali che attendono il settore e le azioni pragmatiche richieste alla rete distributiva?

L’Italia possiede una tradizione manifatturiera e una capacità creativa radicata nei secoli che ci garantisce un indiscusso vantaggio competitivo globale. La vera vulnerabilità strutturale risiede nella rete distributiva.

Il retail ha l’urgenza di allinearsi alle dinamiche odierne adottando soluzioni trasparenti e accessibili. Il primo ostacolo è l’assenza dei prezzi in vetrina, una pratica insostenibile per i giovani consumatori abituati alla reperibilità istantanea delle informazioni online. Il secondo grande limite è di natura architettonica e psicologica: la doppia porta blindata. Pur comprendendo le necessità legate alla sicurezza in Italia, le gioiellerie dovrebbero implementare casseforti adeguate e coperture assicurative corrette per operare con maggiore serenità, rimuovendo le barriere in ingresso e agevolando i flussi della clientela.

Conclusione

L’intervista restituisce l’immagine di un settore in cui la competitività non si misura più esclusivamente sul peso del metallo nobile, ma sull’integrazione tra design esclusivo ed esecuzione industriale di altissimo livello. Il successo futuro dipenderà dalla capacità del retail di svecchiare le proprie dinamiche espositive e dalla volontà di educare il mercato sul reale valore aggiunto delle lavorazioni e delle finiture, veri elementi differenzianti nel panorama del lusso contemporaneo.

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